Abbiamo ancora bisogno di lotta, vittoria, eroi?

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Ci sono parole e parole.
Parole allegre, che accendono la luce.
Parole piuma che accarezzano il dolore e la sofferenza.
Parole piombo che giudicano, offendono, colpiscono.
Parole inappropriate alla persona e al contesto.
Parole manipolatrici, che celano intenzioni diverse da quelle espresse.
Parole fra le righe, non dette ma percepibili.
Parole etichette, che esprimono pregiudizi.
Parole tabù, difficili da immaginare.

Ci sono parole che segnano un’epoca: chi avrebbe mai usato “influencer”, “outfit”, “location”, “storyteller”, “contaminazione” negli anni ’70, ’80, ’90?

Le mode riguardano anche la comunicazione del Terzo Settore.
Quanti “Al costo di un caffè” e “Fai la differenza” abbiamo scritto, letto, sentito, pronunciato?
Ormai non li conto più. Da anni raccomando di evitare queste e altre espressioni copia-incolla.
Oggi, non che getti la spugna, ma mi rendo conto che sono parole innocue: riflettono solo la pigrizia di chi le scrive
e di chi le accetta. Punto.

Altro è importante: quello che ha un più forte impatto sull’interlocutore e nell’immaginario collettivo.
Mi riferisco, per esempio, a parole e metafore usate a proposito del cancro, del tumore.
Dai medici alle campagne di raccolta fondi è spesso un pullulare di lotte, battaglie, combattimenti, vincenti, perdenti.
Il linguaggio bellico, molto da “maschio alfa”, mette tutti in riga e non lascia spazio alla fragilità, anzi, fa sentire in colpa visto che occorre essere forti, non cedere terreno alla malattia.

Fermiamoci un attimo.

Mettiamoci nei panni di chi ha un tumore maligno, si cura e poi muore.
E calziamo le scarpe anche dei medici e dei familiari di questa persona. Sono dei perdenti?
La morte è una sconfitta?
Ognuno troverà le sue risposte, io faccio due inviti.
Il primo è leggere “Non sono il mio tumore” dell’acuta e competente Marina Sozzi,
Il secondo invito è prendersi tempo. Riflettere prima di scrivere, anzi, di scegliere parole, metafore, tono di voce.

Le parole possono avvicinare o dividere.
E le divisioni non sono provocate solo da termini volgari, violenti, politicamente scorretti.
Ad allontanare e a creare polarizzazioni nel pensiero e nell’immaginario sono le parole usate
in un contesto che evoca anche il loro opposto: bello-brutto; forte-debole; buono-cattivo; umano-disumano.

Lasciamoci alle spalle cancro, tumore e metafore belliche, per andare incontro agli eroi e alle eroine che stanno popolando trasmissioni televisive e, sì, anche campagne di raccolta fondi.
Non c’è nulla di offensivo né sbagliato in queste parole, intendiamoci, ma è l’enfasi con la quale vengono espresse che le dota di un carico emotivo da novanta.

Eroi ed eroine, super eroi e super eroine sono perfetti nel mondo della fantasia, nei film, nei cartoon e di grande aiuto in età infantile.
Lodevoli, per esempio, sono iniziative come quelle dei lavavetri dell’ospedale pediatrico
“The Blank Children’s Hospital” travestiti da Flash, Batman, Capitan America e Spider Man.

Quando però i media e gli Enti del Terzo Settore usano senza ironia e levità parole come “eroi”, “eroine” e altri termini di questo tipo, classificano le persone in “chi ha super poteri e chi no”, “chi ha forza e chi no”.
È così importante essere eroi? Lo chiedo a noi adulti, non ai bambini.

Gli Enti del Terzo Settore potrebbero essere di grande aiuto nella costruzione di un linguaggio che avvicini le persone, annulli le distanze culturali, sociali e religiose, abbatta gli stereotipi e i pregiudizi e sia una tavolozza di sfumature.
Perché il mondo non è un gioco in scatola dove esistono solo l’alto e il basso, il ricco e il povero, il buono e il cattivo, il forte e il debole, il coraggioso e il pauroso, la lotta e la resa.

Credit: foto di www.pexels.com
Post originariamente scritto per il sito di Elena Zanella e la sua Fundraising Academy, presso la quale il 7 Febbraio terrò con Chiara Locorotondo un corso intensivo di 8 ore sul 5×1000.

Eleonora Terrile

Parole che si prendono cura di associazioni, aziende, eventi, progetti

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