Affonda in Italia la fiducia nelle ONG. Che fare?

Un recente sondaggio politico di IPSOS per il Corriere della Sera ha evidenziato che solo il 39% degli italiani ha fiducia nell’operato delle ONG rispetto all’80% registrato nel 2010.

Lo stesso sondaggio ha rilevato che il 59% degli italiani, fra i quali molti cattolici, preferisce la linea dura del Ministro Matteo Salvini sui migranti rispetto a quella accogliente invocata anche da Papa Francesco.

In merito alla vicenda che ha visto protagonisti la Capitana della Sea-Watch 3 Carola Rackete, entrata il 29 Giugno 2019 nel porto di Lampedusa nonostante il divieto imposto dal decreto di sicurezza bis, e il “Capitano” Matteo Salvini, il 53% degli italiani dà ragione a quest’ultimo nonostante:
– la gip di Agrigento Alessandra Vella abbia scagionato la Capitana Carola Rackete;
– la Capitana Carola Rackete abbia obbedito a obblighi derivanti dal quadro normativo marittimo, che richiede la messa in salvo dei naufraghi e l’accompagnamento fino al porto sicuro più vicino;
– la Libia non sia un porto sicuro, come dimostrato anche dal recente bombardamento di un centro di detenzione per migranti;
– ogni giorno arrivino a Lampedusa imbarcazioni con a bordo migranti, senza tanto clamore.

Qui mi fermo e chiedo: quando e perché è crollata la fiducia degli italiani nelle ONG? E poi, possono fare qualcosa le ONG per recuperarla?

Anno 2017: la strategia della paura colpisce la fiducia nelle ONG.

L’Italia è il Paese europeo con il più alto tasso di disinformazione in tema di immigrazione.
Ed è il Paese in cui il media più potente, la televisione, è quello più usato per informarsi.

Nel 2017, anno pre-elezioni politiche che hanno portato al governo il Movimento 5 Stelle e la Lega, i telegiornali delle 7 reti televisive principali (Reti RAI, Reti Mediaset, La 7) hanno allarmato i cittadini con notizie da paura che ruotavano intorno a quattro temi: “migranti”, “crimini”, “ONG”, “Ius Soli”.
Nello stesso anno la ONG Medici Senza Frontiere è stata colpita da una tempesta politico-mediatica per non aver firmato il Codice di Condotta per le ONG voluto dall’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti (PD).

La strategia della paura, la disinformazione in tema di immigrazione e il continuo screditamento delle Organizzazioni Non Governative hanno fatto sì che gli italiani considerassero queste ultime non più “angeli” ma “taxi del mare” e arrivassero a odiare la parola ONG, come spiegato dal Professore dell’Università di Urbino e Direttore Scientifico di Demos&Pi Ilvo Diamanti.

Italia: un Paese vecchio, impaurito, con troppi analfabeti funzionali.

L’Italia è il secondo Paese più vecchio del mondo, dopo il Giappone.
È un Paese che ha una percezione distorta della realtà e sovrastima, per esempio, sia la presenza di immigrati (sono il 10% della popolazione, non il 28%) sia di musulmani (sono il 5% della popolazione italiana, non il 18%.)

È un Paese in cui, secondo il Rapporto Piac-Ocsela maggior parte degli adulti dai 16 ai 64 anni, pur sapendo leggere e scrivere comprende solo frasi brevi, ma non è in grado di capire informazioni né interpretare correttamente la realtà. Un bel problema in un’epoca di “bufale” condivise sui social network.
Dopo la Spagna, infatti, l’Italia ha la più bassa percentuale di adulti con le competenze necessarie a vivere e a lavorare efficacemente nel XXI secolo: competenze pari al Livello 3 di Literacy e Numeracy, raggiunto soltanto dal 26,5% della popolazione.

Populismo e discorsi d’odio accendono gli italiani.

L’Italia, e non solo, è un Paese in cui il populismo, la polarizzazione di ogni tema e i discorsi d’odio hanno preso il posto del dibattito, della riflessione, della sintesi.

A proposito di odio, gli italiani, e non solo, stanno vivendo un paradosso come evidenziato dall’esperta di comunicazione, scrittrice e docente Annamaria Testa nell’articolo “Scala Allport: quanto pericolosi sono i discorsi d’odio“. Il paradosso è che i cittadini chiedono alle aziende attenzione, sensibilità, sostenibilità e di evitare affermazioni e comportamenti discriminatori. Ai politici no.
Il paradosso riguarda anche il Terzo Settore. I cittadini chiedono giustamente attenzione, sensibilità, serietà, trasparenza e coerenza rispetto alla missione e alla buona causa alle ONG e alle associazioni non profit. Ai politici no.

Parola dopo parola, ricostruiamo la fiducia nelle ONG? 

Le parole danno forma a percezioni, pensieri, azioni, mobilitazioni, donazioni.
Le parole sono lo strumento più potente che chiunque ha a disposizione per spegnere l’odio dilagante e accendere l’empatia.

Le parole possono far luce sulla realtà e aiutare a comprenderla, se tutti i giornalisti mettono in pratica quanto raccomandato da Valerio Cataldi, Presidente dell’Associazione Carta di Roma. “Carta di Roma lo ripete da dieci anni: la ricerca della verità sostanziale dei fatti, con l’uso corretto delle parole e l’obiettività dei numeri sono il solo argine alla costruzione distorta della realtà che gli “spaventatori” ripetono ogni giorno. È una questione di dignità, di credibilità, di sopravvivenza del mestiere di giornalista.”

Le parole possono far luce sulla realtà, aiutare a comprenderla e a cambiare quello che non va, se chi si occupa di comunicazione sociale e di fundraising le sceglie con cura.
Se chi parla e scrive fa un utile esercizio di sintesi, semplificando la realtà senza banalizzarla come suggerito dalla scrittrice Michela Murgia: “Chi semplifica toglie il superfluo, chi banalizza toglie l’essenziale.”

Le parole possono contrastare la progressiva disumanizzazione delle persone, storia dopo storia.
Le parole e il costante lavoro dei fundraiser possono aiutare le ONG e gli Enti del Terzo settore a creare legami sempre più forti e coinvolgenti con le comunità di riferimento, il più importante capitale a loro disposizione come ben spiegato dalla fundraiser Anna Fabbricotti nell’articolo “Quel grande patrimonio chiamato capitale sociale“.

Le parole possono molto, anche quelle di un singolo cittadino.
Un esempio? Le parole con cui Franco Matteotti il 26 Giugno ha lanciato su Facebook la campagna di crowdfunding* per pagare le spese processuali della Capitana Carola Rackete.
Quelle parole, scritte in un momento in cui era altissima l’attenzione e la tensione degli italiani sulla vicenda della Sea-Watch 3 ancora in mezzo al mare con 42 migranti a bordo, hanno fatto da megafono all’indignazione di molti. In pochi giorni l’operazione ha superato il tetto di 50.000 euro e raggiunto la cifra ragguardevole di 438.138 euro.

Il complesso momento storico che stiamo vivendo chiede di fare delle scelte, anche riguardo le parole.
Alzare muri o costruire comunità e ponti?

*In questo momento la comunità italiana di fundraiser si sta interrogando sul successo ottenuto dall’operazione di crowdfunding lanciata dal cittadino Franco Matteotti e su quello che la ONG Sea-Watch farà rispetto ai fondi e ai nominativi raccolti. Fra le domande: è stata un’operazione di fundraising? No, per il Professore Valerio Melandri, fondatore del Festival del Fundrasing. Sì per il Direttore della Scuola Fundraising.it di Roma Massimo Coen Cagli. Un caso eccezionale da analizzare e sul quale occorre vigilare per la Fundraiser e Fondatrice della Fundraising Academy Elena Zanella.

 

 

 

 

 

Eleonora Terrile

Parole che si prendono cura di associazioni, aziende, eventi, progetti

2 Comments

  1. valerio melandri

    Gentile Eleonora, mi dispiace che la mia frase, buttata al telefono in 90 secondi con un giornalista di Vita (di cui non ricordo nemmeno il nome), “ma non chiamatelo Fundraising” (che effettivamente ho detto, non lo nego), sia presa completamente decontestualizzata e messa a confronto con un ben ragionato e ben sviluppato articolo che ha scritto invece l’amico Massimo Coen Cagli. Io non intendevo dire che NON è fundraising, intendevo dire che quel tipo di risultato NON rappresenta l’esito dell’umile, complesso, lungo investimenti in termini di rapporti, relazioni, mezzi che un fundraiser ogni giorno mette in campo. E’ come paragonare un Busker, (cioè un artista di strada) a Muti (direttore d’orchestra). Entrambi lavori dignitosi ma vuoi mettere?
    La gente sottovaluta la complessità di una raccolta fondi professionale.
    E ciò deriva dal fatto che spesso alle persone è capitato di raccogliere un po’ di denaro nelle loro vite private e suppongono che sia essenzialmente lo stesso! Raccogliere denaro è la forma più comune di “volontariato familiare”, ma chiedere ad amici e familiari un sostegno per una causa con cui tu, e forse la persona a cui stai chiedendo, ha una connessione diretta, è un compito qualitativamente diverso rispetto ad avvicinare estranei per finanziare continuativamente un’organizzazione nonprofit. La differenza tra chiedere soldi ad amici e parenti e chiedere supporto agli estranei potrebbe essere utilmente paragonata alla differenza tra l’artista di strada (il cosiddetto busking ) e il fundraising. Nel primo caso, le persone rispondono alla persona che ha fatto la richiesta e sono motivate dalla valutazione dello sforzo e del talento del richiedente (o del busker, per mantenere l’analogia in corso). Nel secondo caso, la dignità della causa gioca un ruolo molto più importante all’inizio, ma per sostenere e far crescere il supporto, deve necessariamente svilupparsi una relazione, che nel primo caso è già in atto!
    Ecco perchè dico: “non chiamatelo fundraising”, e’ un iperbole (come uso spesso fare) per spiegare un concetto, che non è subito visibile. Grazie a presto

    1. Eleonora Terrile
      Eleonora Terrile

      Gentile Valerio, mi dispiace questa tua reazione all’averti citato in una breve nota.
      Non era mia intenzione stravolgere il pensiero tuo né degli altri colleghi citati.
      Ho sintetizzato il tuo ragionamento nello stesso modo fatto per quello di Massimo Coen Cagli e di Elena Zanella, mettendo naturalmente il link ai vostri rispettivi articoli su Vita.
      È chiaro che due sole parole non possono rendere la completezza del vostro ragionamento.

      Detto questo, ti ringrazio davvero per aver dato una lezione di fundraising anche sul mio sito.

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