2023

Delle parole e del morire

Delle parole e del morire

Lavoro con le parole dal 1988 e da qualche anno sintetizzo così la mia attività: Parole scelte con cura.
In ogni corso di comunicazione e copywriting sottolineo l’importanza di scegliere con sapienza e sensibilità le parole, le metafore, le immagini da evocare, il tono, il punto di vista.

Dal 5 Maggio 2023, il giorno in cui mio marito è entrato in terapia intensiva al San Gerardo di Monza per morire il giorno successivo alle 23.45, soppeso più che mai le parole che vengono dette a me e ai miei cari, il tono, i gesti.

La malattia e la morte sono maestre di vita e, sì, anche di comunicazione. In molti casi evidenziano paure, reticenze, imbarazzi, lontananza culturale dall’unica certezza che abbiamo: la nostra e altrui mortalità.

Una grande lezione di umanità e comunicazione ha avuto luogo il 5 e il 6 Maggio 2023 nel reparto di terapia intensiva del San Gerardo di Monza dove medici, infermieri, anestesisti e responsabili hanno accolto me e i miei familiari con una rara sensibilità, pazienza e capacità di accogliere il dolore, lo shock, ripetute e travolgenti ondate di paura e i continui passaggi dallo spaesamento a dolorose incursioni nella realtà.

Hanno dato valore a ogni secondo della permanenza nostra e di mio marito.
Non hanno usato parole nere.
Hanno parlato in modo comprensibile, lentamente, usando metafore quali tempesta perfetta a indicare la concomitanza di fattori che non avrebbero consentito la salvezza.

Hanno continuato a chiederci se erano stati sufficientemente chiari, senza mai addossarci la responsabilità di non aver capito.
Invece di dichiarare la nostra effettiva impotenza in quelle ore di attesa, ci hanno detto che eravamo tutti spettatori: il protagonista che avrebbe deciso di vivere o morire era mio marito.
Questa immagine è stata potente e consolatoria per me, sua tutrice della DAT* (Disposizione anticipata di testamento) depositata presso il Comune di Milano nel 2018.
Ho potuto vedere mio marito quale persona capace di intendere, volere e decidere del proprio destino, non un corpo disteso, addormentato, sedato e attaccato a delle macchine.

Ci hanno invitato a ponderare bene il nostro ingresso nella stanza della rianimazione, spiegandoci che non eravamo tenuti a farlo, che quell’avvicinamento sarebbe servito a noi, non a lui.
In quelle parole e tono carezzevole c’era l’aiuto a non farci sentire in colpa se avessimo preferito non vedere il nostro amato marito, figlio, padre, fratello, amico.

Il 6 Maggio, dopo aver deciso di rispettare la volontà di morire di mio marito, espressa con un peggioramento irreversibile delle sue condizioni, siamo andati tutti a trovarlo: una processione ininterrotta di ore e ore a gruppi di 3-4 persone per volta.
Medici, infermieri, anestesisti ci hanno consentito di vederlo, parlargli, accarezzarlo, baciarlo, recitare preghiere cattoliche, laiche, buddiste, ringraziarlo.
Decine di volte hanno aperto la porta del reparto.
Altrettante mi hanno accompagnata dalla stanza della rianimazione all’uscita, poiché sbagliavo sempre direzione.

A ogni crisi mi hanno ripetuto con calma, tenendomi le mani, la modalità di accompagnamento dolce e mi hanno rassicurata sul fatto che mio marito era tranquillo, non stava sentendo nulla, nessun dolore, suono, disagio.

La morte è inevitabile, anche in ospedale. Questo non significa che medici, infermieri, anestesisti, OSS siano dei perdenti, anzi. Quanto più accettano la mortalità evitando l’accanimento terapeutico, tanto più rendono accettabile un passaggio doloroso per chi resta, liberatorio per chi muore.

Quanto più scelgono con accuratezza le parole, il tono, i gesti, le metafore, tanto più trasformano un’esperienza dolo-rosa in qualcosa che ha spine, petali e profumo.

Ricordo il volto sorridente del mio amato marito alle ore 24.00 del 6 Maggio, finalmente libero da tubi e ausili, pettinato, profumato, pronto ad accoglierci per un saluto ancora.

Fuori dall’ospedale una luna piena ci stava aspettando. C’era bisogno di tanta luce per illuminare i nostri primi passi nel vuoto.

*Non ho avuto bisogno di far valere i diritti e scelte espressi nella DAT. Eravamo tutti d’accordo, medici per primi, a rifiutare ogni accanimento terapeutico.

Foto credit: Roman Odintsov per Pexels.com





By Eleonora Terrile

Parole scelte con cura

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